Mentre si intraprende un nuovo cammino, per un partito comunista popolare, non si sfugge alla sensazione, in se sgradevole per il sapore di sconfitta che porta con se, di essere all’ anno zero della storia del movimento comunista del nostro Paese.
Si, proprio quella iniziata il 21 gennaio 1921, che urtò immediatamente col fascismo, che dalla lotta decisa e coerente contro di esso seppe risorgere a nuova vita, che seppe essere parte costitutiva e caratterizzante della Repubblica nata il 2 giugno 1946 e che ebbe un primo decisivo tracollo con lo scioglimento del PCI e del campo socialista a livello internazionale nel 1991.
E’ inutile che continuiamo a girarci attorno e fare finta di niente: da quel momento, oggi lo si può affermare razionalmente, al di là delle passioni vissute, dalla sua crisi, il movimento comunista italiano non si è più ripreso ed il fallimento dei tentativi rifondativi degli ultimi 25 anni stanno lì a dimostrarlo.
Come è possibile che ciò sia avvenuto con questa continuità temporale, nonostante la attualità e la validità teorica e politica degli insegnamenti fondamentali del marxismo e del leninismo?
Le ragioni sono molteplici, ma, forse, per andare alla radice della malattia, bisognerebbe ritornare alle origini del movimento comunista in Italia, quando, nel maggio 1925, Antonio Gramsci scriveva: “L’attività teorica, la lotta cioè sul fronte ideologico, è sempre stata trascurata nel movimento operaio italiano. In Italia, il marxismo (all’infuori di Antonio Labriola) è sempre stato studiato più dagli intellettuali borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che dai rivoluzionari. Mai, le Direzioni del Partito immaginarono che per lottare contro la ideologia borghese, per liberare cioè le masse dalla influenza del capitalismo, occorresse prima diffondere nel Partito stesso la dottrina marxista ed occorresse difenderla da ogni contraffazione… Per lottare contro la confusione che si è, in tal modo, andata creando, è necessario che il Partito intensifichi e renda sistematica la sua attività nel campo ideologico, che esso ponga, come un dovere del militante, la conoscenza della dottrina del marxismo-leninismo, almeno nei suoi termini più generali.”
Rivisitando le tappe fondamentali della storia comunista in Italia, non si sfugge alla sensazione che il monito di Gramsci, di un anno precedente il suo arresto, sia stato ampiamente disatteso in lunghissimi periodi successivi, fino alla liquidazione totale del patrimonio ideologico del proletariato, prima sostituito da una sua revisione e poi dalla dottrina borghese, nella sua essenza.
Anche per questo, oggi, quando parliamo con i proletari, con i lavoratori, con i disoccupati, per non parlare dei giovani, sentiamo sulla loro bocca il pensiero unico della borghesia e l’assenza totale di un punto di vista critico-propositivo, fondato sull’alternativa socialista.
Si tratta solo di questo? No, ma da questo elemento fondamentale di dispersione e vanificazione di un punto di vista alternativo alla classe dominante, tutto ne è, poi, derivato, portandoci alla sconfitta storica di cui viviamo, oggi, gli effetti devastanti.
“Da che cosa cominciare?”, quindi, avrebbe detto Lenin?
La nostra risposta, oggi come ieri, è, dalle basi del nostro punto di vista, della nostra analisi della società, per fare riemergere l’attualità e la necessità della nostra proposta politica e sociale.
Per fare ciò, è necessario, tuttavia, riconoscere che il venir meno del campo socialista e la fine dell’URSS e, in Italia del PCI, hanno avuto le caratteristiche di una imponente sconfitta storica che pesa, ancora oggi, sulle potenzialità di ripresa del movimento operaio e comunista a livello internazionale e, soprattutto, in Europa.
In Italia, ciò ha rappresentato, con la mutazione genetica ed il successivo scioglimento del più grande partito comunista dell’occidente capitalistico, una vera cesura storica, vissuta, a livello di massa, come la fine di un’epoca, sancita dalla vittoria del capitalismo sul socialismo.
Da qui è necessario partire per fotografare le caratteristiche della attuale fase della lotta politica che stiamo vivendo.
E, per completare il quadro, è necessario considerare la reazione dei comunisti che avviarono, immediatamente, una fase di riorganizzazione e rifondazione di un partito comunista.
Ciò avvenne, tuttavia, in un periodo di grande confusione, contrassegnato dalla sconfitta, che non permise l’approfondimento delle cause della stessa.
Infatti, in quello che si chiamò, ben presto, Partito della Rifondazione Comunista, confluirono indistintamente le espressioni delle più svariate e contrapposte tendenze ideologiche, accomunate, unicamente, dalla volontà di continuare a definirsi “ comunisti “.
Ciò contribuì a fare di quell’iniziale contenitore, l’incubatore dei più diversi progetti politici che, ben presto, sotto l’incalzare degli avvenimenti, sarebbero emersi nella loro diversità.
L’occasione fu determinata dallo scontro politico in atto nel Paese, fra i due principali schieramenti politici, centro destra e centro sinistra, che si contendevano, negli anni ’90, il potere politico.
La questione che divenne, ben presto, dirimente fu l’opportunità di assumere una tattica politica di “Fronte popolare” da parte dei comunisti, nei confronti di forze democratico-borghesi, nello scontro con le forze conservatrici e reazionarie del centro destra.
La scelta venne a maturazione nel 1996, di fronte all’atteggiamento da assumere nei confronti dello schieramento di centro sinistra guidato da Romano Prodi.
Inizialmente concordi nel muoversi nella direzione di una apertura di credito nei confronti della nuova maggioranza espressa dall’esito delle elezioni politiche del 1996, successivamente, sotto l’incalzare degli avvenimenti che dimostravano il moderatismo ed il carattere per nulla alternativo del governo Prodi, i comunisti si divisero sull’opportunità di continuare ad appoggiare dall’esterno, senza farne parte, l’operato di tale governo, ma, in realtà, questa fu solo l’occasione per fare emergere le profonde diversità delle diverse componenti che avevano dato vita, pochi anni prima, al progetto di Rifondazione, e dare il via, così, ad una serie di fratture e scissioni, perpetuatesi fino ai giorni nostri, che ci consegnano l’attuale configurazione frammentata della galassia di micro-formazioni “comuniste.”
Da ciò nasce, anche, il giudizio sul fallimento dei processi rifondativi messi in atto nei 25 anni successivi allo scioglimento dell’URSS e del PCI.
Da queste lezioni, anche recenti, quindi, ricominciamo a definire le linee generali e specifiche di un progetto comunista in grado di riacquisire credibilità ed utilità nel XXI secolo.
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